Un team guidato da
Bryan Sykes, genetista all'Università di Oxford, ha analizzato frammenti
di peli che varie persone sostenevano di aver raccolto da queste
misteriose creature nel corso degli ultimi 50 anni.
Raccolti
da musei e collezioni private in tutto il mondo, i 29 campioni su 30
che contenevano DNA da alizzare hanno restituito un risultato hanno
rivelato che i cosiddetti "criptidi" appartengono in realtà a un
serraglio di normalissimi animali, dai bovini, agli orsi ai procioni.
Per effettuare lo
studio,
Sykes i suoi colleghi hanno confrontato il DNA mitocondriale – il DNA
ereditato dalle madri – preso dai campioni di pelo che si suppone
provenissero dallo Yeti (un altro nome con cui ci si riferisce
all'Abominevole uomo delle nevi) o da Bigfoot con i DNA contenuti in
GenBank, un database internazionale di sequenze genetiche di oltre
300.000 organismi. Nello specifico, il team ha confrontato il DNA dei
campioni di pelo con il gene 12s RNA, che è stato analizzato in tutte le
specie di mammiferi.
Dei presunti campioni di Bigfoot provenienti dal Nord America,
tre provenivano da bovini. Altri peli appartenevano a pecore,
procioni e porcospini. E l'unico campione attribuito all'Orang Pendek,
una creatura con le sembianze di scimmia che secondo la leggenda si
nasconderebbe nell'isola di Sumatra, è risultato appartenere a un
tapiro, un grosso mammifero simile al maiale che vive nelle foreste
tropicali.
Dalla Russia, poi, sono arrivati campioni del
mitologico Almasty o Almas, un fantomatico cripto-ominide dell'Asia
centrale. In realtà, i test hanno accertato che appartenevano a cavalli.
Stranamente,
per un campione di Almasty è risultata una corrispondenza con l'orso
nero americano, e un altro con il procione. E nessuna delle due specie è
russa.
Sykes ritiene che la maggior parte di queste “scoperte”
male interpretate sia frutto dell'ingenuità. “Accade tante volte che una
persona viva una cosiddetta 'esperienza da Bigfoot'. Sentono qualcuno
emettere strani versi, oppure qualcuno che gli tira dei sassi, o cose di
questo genere. Poi notano un ciuffo di peli nascosto in un cespuglio e
dicono: 'Aha, questo appartiene a Bigfoot!'”.
L'unico esemplare
il cui test ha attribuito una corrispondenza umana – un presunto
frammento di capello di Bigfoot proveniente dal Texas – è risultato
appartenere a un comune
Homo sapiens.
Lo Yeti è davvero un orso preistorico?
Dalle analisi del DNA è risultato che – dei frammenti di criptidi – uno su tre proveniva da orsi.
In
due peli trovati sull'Himalaya – uno dall'India e uno dal Bhutan – e
attribuiti allo Yeti, il team di scienziati ha recuperato un DNA che
corrispondeva al 100% al DNA estratto dai fossili di mascelle di un orso
polare preistorico che è vissuto oltre 40.000 anni fa.
Una scoperta che sembra confermare quanto affermato nel 2013 da una serie di documentari trasmessi in Inghilterra,
“The Bigfoot files”, secondo i quali i due campioni ritrovati sull'Hymalaya avevano la corrispondenza più prossima con un orso polare preistorico.
Ciò
non significa che lo Yeti esista davvero, ma se esistesse un parente
aggressivo dell'orso polare in giro per l'Himalaya, questo potrebbe
certamente spiegare perché si sia alimentata la leggenda dello Yeti.
Allora, due scienziati contattati da
National Geographic
dissero che avrebbero voluto leggere un documento che supportasse
l'esistenza di questo misterioso orso polare – o suo parente –
himalayano su una rivista soggetta a revisione paritaria.
Ora che
questo documento esiste, cosa ne pensano? Robert Rockwell, biologo e
ricercatore associato al Museo Americano di Storia Naturale, resta
scettico.
Rockwell confessa di essere “un po' colpito e
costernato” nell'apprendere che la corrispondenza con l'orso polare
preistorico si sia basata su sole 104 coppie di basi di DNA
mitocondriale, un limite ammesso dallo stesso team che ha lavorato allo
studio.
“La sequenza di DNA analizzata è molto piccola,
specialmente per una zona ad alta conservazione [quella parte di DNA che
ricorre anche tra svariate specie differenti tra loro], per cui non
penso che si possano tirare conclusioni sul tipo di orso”.
Gli fa
eco Charlotte Lindqvist, una biologa molecolare alla State University
di Buffalo. “Anche se dovessero trovare una corrispondenza pari al 100
per cento con un orso polare del Pleistocene", ha scritto Lindqvist in
una mail, "dobbiamo tenere bene a mente che quest'evidenza si basa
comunque su un breve frammento” di un gene osservato anche in altri
lignaggi e che non appartiene necessariamente a quella specie.
“Penso che ci siano altri scenari più plausibili. Ad esempio, i peli potrebbero provenire da orsi bruni nativi di quella zona”.
Il
responsabile dello studio, Sykes, ammette che la scoperta è “solo un
risultato preliminare” e che, per escludere che l'origine della leggenda
dello Yeti sia l'orso bruno, c'è bisogno di ulteriore materiale
genetico.
Ad ogni modo, Sykes sostiene la teoria dell'orso polare
sconosciuto o “Orso Yeti”, secondo la quale l'animale misterioso
sarebbe un orso polare ancora non noto o un ibrido tra orso polare e
orso bruno. Una teoria che potrebbe anche spiegare il motivo per cui lo
Yeti sarebbe così aggressivo e avrebbe un comportamento e un'apparenza
così inusuali.
“L'unica corrispondenza al 100% era quella con
l'orso polare preistorico”, continua Sykes, “mentre per orsi bruni, orsi
polari moderni e orsi neri c'erano corrispondenze meno strette”.
Sykes
parteciperà a un'imminente spedizione sull'Hymalaya che – secondo lui -
dovrebbe risolvere una volte per tutte il mistero, in un senso o
nell'altro.
Bigfootologo dell'anno
Sykes
sostiene che i metodi forensi utilizzati dal suo team consentono di
estrarre il DNA anche da campioni mal conservati e risalenti fino a
cinquanta anni prima.
“Abbiamo sviluppato una tecnica per
ripulire ogni contaminazione [di DNA umano] che si trova sulla
superficie”, afferma Sykes. “Questo è il motivo per cui utilizziamo
principalmente peli, perché hanno una superficie molto resistente, che
ci permette di usare trattamenti chimici aggressivi per togliere
qualsiasi contaminazione. Soprattutto quella umana”.
Sykes
sostiene che i suoi metodi di ricerca offrano una speranza ai
“cacciatori” di Bigfoot e ai criptozoologi che credono nell'esistenza di
questi esseri.
“La buona notizia per 'bigfootologi' e
appassionati che vogliono dimostrare e identificare quelle specie che
inseguono da anni è che adesso c'è un nuovo modo per farlo, che non era
mai stato usato finora”.
Sykes si è avvicinato a questi temi
perché affascinato dalla possibilità che dietro alla leggenda dello Yeti
ci siano esemplari “sopravvissuti” di uomo di Neanderthal o popolazioni
umane che credevamo scomparse. Ad ogni modo, i suoi sforzi sono stati
riconosciuti da chi crede nei cripto ominidi.
Sykes è orgoglioso di far sapere che è stato da poco insignito del titolo “Bigfootologo dell'anno”.